
La lavanderia mi ha restituito i vestiti ben lavati e profumati di sole, ma non sara' altrettanto facile lavare del mio cuore l'avventura dei 20 giorni passati nel Deserto del Namib.

Alle 2 del pomeriggio di ieri siamo arrivati al nostro "albergo" di Skopmund. Dopo tre settimane di movimento con una velocita' media di due miglia all'ora, viaggiare in pulman, a 100 km. all'ora, e' stata un'esperienza quasi surreale, benche' fossi ben contenta di poterla provare. Per un momento ci siamo tutti domandati che razza di pazzi siamo ad aver fatto una spedizione fisicamente cosi' dura, quando ci sono queste meraviglie di ingegneria!!!
In albergo, ognuno di noi si e' immediatamente diretto verso quell'attivita' di cui aveva maggiormente sentito la mancanza. Alcuni si sono diretti subito al bar, altri al ristorante, senza nemmeno cambiarsi. Da parte mia, sono subito corsa nella mia stanza, dove ho cercato di scuotere l'accumulo di sabbia dai miei abiti, e poi li ho mandati a lavare. Per un'ora mi sono dedicata a varie funzioni di toeletta, da doccia a shampoo e forbicine e spazzole, ecc. finche' mi sono sentita di nuovo non solo umana, ma anche femminile.
In quanto al cibo, la prima cosa che ho mangiato e' stata una bella detta di pane ricoperta di burro fresco e spolverata leggermente di sale. Aspettanto di cenare, si chiacchierava e si rideva. Il burro intanto, al contatto del calore della bocca, ha cominciato a liquefarsi, riempendola di una sensazione dimenticata per settimane, e sul momento cosi' inusitata, che i miei occhi si sono riempiti di lacrime, e mi sono trovata a piangere come un padre che per la prima volta vede il suo bambino. Sono sicura che ci sono modi piu' accessibili per rinnovare la conoscenza con le gioie del mondo -- ma non posso dire che questa mi sia dispiaciuta.
I 7 di Ottobre abbiamo cominciato l'avventura entrando nella Riserva dei Diamanti, ansiosi di completare ogni tappa del nostro percorso, e magari sperando in segreto di scoprire qualche pietra preziosa ai nostri piedi. Molto presto, tuttavia, la nostra attenzione si sposto' da sassolini lucenti, all'evitare di essere travolti dalle onde mostruose che si lanciavano sulle dune, o alla ricerca di sassi abbastanza forti a piatti da poterci sostenere ed evitare cosi' i grumi di sabbia e sale che sembravano decisi a punzonare i nostri poveri piedi gia' pieni di vesciche.,


Il litorale si riempie regolarmente di acqua di mare, e poi asciugandosi sotto lo spietato sole dell'Africa, si raggruma, si sfalda, e si spezza, venendo a sembrare quasi un oceano polare in miniatura (e pensando alla mia prossima avventura, quando andro' al Polo, mi comincio gia' a sentire piccola come una formicuzza.)

Durante la prima settimana di cammino abbiamo mantenuto una routine che ci faceva alzare alle 6 del mattino, e per le 8, ancora esausti dal giorno prima, eravamo vestiti, rifocillati, di nuovo coi sacchi in spalla. All'inizio abbiamo cercato di trovare la via piu' breve, tagliando nel punto piu' stretto delle penisole, ma poi ci siamo trovati lontani dall'acqua che ci era necessaria per la sopravvivenza. Allora abbiamo cambiato tattica, e siamo tornati verso la costa. Intanto si erano fatte le 7 di sera, e prima di poterci riposare, dovevamo affrontare cinque ore di pompaggio, nel buio della notte.
Le poche ore di riposo, non sembravano mai sufficienti a dar sollievo a piedi pieni di vesciche e a ossa rotte di stanchezza.
In poco tempo abbiamo capito che dovevamo adottare un sistema di rotazione, cosi' da dare a tutti una sosta dal pompaggio e dallo riempimento dei serbatoi, e l'opportunita' di mangiare. Questo strano cibo artificiale, studiato apposta per spedizioni come la nostra, era l'unica gioia quotidiana. Abbiamo imparato a gustarne ogni cucchiaiata, cercando persino di grattare dal fondo del pacchetto ogni minimo granello.
I due momenti piu' difficili della giornata avevano a che fare con gli stivali: metterseli al mattino e poi toglierseli alla sera. Al mattino bisognava infilarli gentilmente cosi' da evitare ogni pressione sulle bolle che si erano formate. Alla sera, dopo una giornata durante la quale il peso dello zaino era stato moltiplicato per le ore e per i kilometri, bisognava fare attenzione nello sfilarli. Di solito i miei piedi erano tali masse pulsanti di dolore, che il sollievo di averli liberati non si faceva sentire per almeno una mezz'ora. Nel frattempo avevo la sensazione di sbarre di ferro che picchiavano sotto le piante dei miei piedi.

Durante la marcia, ogni ora facevamo una sosta per 15 minuti. Il nostro ritmo era di rimuovere gli zaini, e di mangiare uno spuntino alla veloce: cosi' possiamo dire di aver conquistato la costa un boccone alla volta.

Rimettendoci in cammino, semravamo dei fantasmi; ma presto il ritmo della marcia serviva a rimetterci nel giro di produzione delle endorfine di cui avevamo bisogno per continuare.
Intanto ogni giorno il peso dello zaino diminuiva, e anche i kilometri davanti a noi diminuivano, e sentendoci piu' rilassati potevamo goderci di piu' l'ambiente attorno a noi, e godere delle sue curiosita', invedce di sentirlo coem un nemico deciso a farci soffrire. Passando piu' tempo lungo la costa vera e propria, abbiamo anche potuto vedere da vicino i resti dei naufrai, e fare amicizia con gli animali.


Per un breve periodo il nostro gruppo era come una tribu' nomade, che si muoveva con attenzione, pazienza e compassione. Abbiamo trovato gioia nella semplicita' dei nostri compiti... questo era forse piu' facile sapendo che presto tutto sarebbe finito.

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